Le nuove dipendenze: quando il bisogno diventa prigione

Viviamo in un’epoca in cui l’eccesso è la norma: connessioni continue, stimoli costanti, velocità come misura del valore personale.
In questo contesto, le dipendenze (da sostanze o da comportamenti) non sono solo patologie individuali, ma anche un sintomo collettivo del nostro tempo.
Come scrive Cinzia Bressi, “la dipendenza può essere chimica o comportamentale, ma in entrambi i casi nasce da una stessa matrice: il bisogno di modificare il proprio stato interiore”.

Dalle sostanze ai comportamenti

Tradizionalmente si parlava di tossicodipendenze: alcol, droghe, farmaci.
Oggi il Manuale Diagnostico DSM-5 include anche le addiction comportamentali, come il gioco d’azzardo patologico o la dipendenza da internet.
Negli ultimi anni, l’elenco si è ampliato: shopping compulsivo, sesso, lavoro, fitness, videogiochi e social media.
Il comune denominatore è l’incapacità di interrompere il comportamento, nonostante le conseguenze negative.

Il cervello della dipendenza

Dal punto di vista neurobiologico, ogni forma di dipendenza coinvolge il circuito della gratificazione, mediato dalla dopamina.
La ripetizione del comportamento genera un progressivo neuroadattamento: il cervello si abitua, richiede dosi sempre maggiori di stimolo per provare lo stesso piacere.
Nel tempo, il piacere si trasforma in necessità.
L’individuo non agisce più per scelta, ma per evitare il disagio dell’astinenza.

La dimensione psicodinamica

Secondo Vincenzo Caretti e Daniele La Barbera, le dipendenze sono “una risposta fallita al dolore psichico”.
Dietro ogni comportamento compulsivo si nasconde un vuoto affettivo, un bisogno di legame o di controllo.
La sostanza o l’azione diventano un modo per anestetizzare la sofferenza, per non sentire.
Ma, come ricorda la psicoanalista Joyce McDougall, “la dipendenza è un tentativo disperato di sopravvivere al vuoto interiore”.

Un sintomo del nostro tempo

Le nuove dipendenze riflettono anche i cambiamenti sociali e culturali: l’iperconnessione, l’individualismo, la cultura della performance.
In un mondo che ci chiede di essere sempre produttivi e felici, il rischio di rifugiarsi in comportamenti compulsivi è altissimo.
Dietro la ricerca di stimoli si nasconde spesso la paura del silenzio, del contatto con se stessi.

La cura come riscoperta del desiderio

Il percorso terapeutico richiede tempo, fiducia e relazione.
Non si tratta solo di interrompere un comportamento, ma di comprendere cosa esso rappresenta.
In psicoterapia, il terapeuta aiuta la persona a riconnettersi con i propri bisogni autentici, trasformando la compulsione in desiderio vitale.
La dipendenza, in questo senso, può diventare un’occasione di crescita: il punto di partenza per ricostruire una relazione più sana con se stessi e con gli altri.

Dalla schiavitù alla libertà

Le nuove dipendenze ci ricordano quanto siamo vulnerabili, ma anche quanto siamo capaci di rinascita.
La libertà non è assenza di bisogno, ma capacità di scegliere.
Quando il desiderio torna a essere un movimento verso la vita, e non una fuga dal dolore, allora la guarigione diventa possibile.
E forse, come suggerisce il poeta W. Burroughs, “la droga prende tutto e non dà nulla”: ma il lavoro psicologico, al contrario, restituisce ciò che la dipendenza aveva tolto ossia la possibilità di essere pienamente presenti a se stessi.

Fonti principali: Bressi (2013), Caretti & La Barbera (2008), Istituto Beck, Psicodinamica delle dipendenze patologiche

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